Generazioni e lavoro

Giovani e over 50 si confrontano con il mondo del lavoro nel 2026

Generazioni e lavoro nel 2026. I giovani

Per molti giovani, il mondo del lavoro rappresenta una frontiera carica di aspettative, un territorio che segna il passaggio decisivo verso l’autonomia e la costruzione della propria identità. Prima ancora di affrontarlo davvero, essi lo immaginano come uno spazio in cui esprimere talento, passione e creatività, lontano dalle rigidità e dalle convenzioni che spesso associano al mondo degli adulti. L’idea più diffusa è quella di un lavoro che non sia soltanto fonte di reddito, ma anche un luogo di realizzazione personale, in cui ciò che si fa coincida con ciò che si è, e dove le competenze vengano riconosciute senza pregiudizi legati all’età o all’esperienza limitata.

I dati sui giovani

Partiamo da alcuni dati e considerazioni per inquadrare la situazione attuale.

  1. Molti giovani si sentono abbandonati o trascurati nel processo di ingresso nel mondo del lavoro: ad esempio, uno studio afferma che il 77 % dei giovani italiani (18-29 anni) lamenta una carenza di supporto istituzionale nella ricerca di un impiego. ASviS
  2. Il tasso di occupazione giovanile è basso in Italia rispetto ad altri Paesi europei: nel 2023 nella fascia 15-24 anni lavorava solo circa il 20,9 % dei giovani, contro la media europea di circa 36,4 %. Fortune Italia+1
  3. Il mercato del lavoro per i giovani è caratterizzato da precarietà: contratti a tempo determinato, lavori poco stabili, retribuzioni basse. Fortune Italia+1
  4. Esiste un forte livello di ansia e preoccupazione: nel rapporto “Giovani 2024” risulta che circa 7 giovani su 10 sono preoccupati per il proprio ingresso nel mondo del lavoro. Agenzia Italiana per la Gioventù
  5. Disuguaglianze territoriali e di genere. Ad esempio, la situazione è più difficile nel Sud dell’Italia rispetto al Nord. Agenzia Italiana per la Gioventù+1 (Giovani 2024: il bilancio di una generazione”. Rapporto EURES per il Consiglio Nazionale dei Giovani e l’Agenzia Italiana per la Gioventù)

Cosa cercano i giovani

Nonostante le difficoltà, i giovani italiani mostrano anche delle priorità chiare per il lavoro, ossia cosa vogliono più di altro:

  1. Stabilità e retribuzione giusta: Tra le prime paure troviamo trovare “un lavoro sottopagato” (circa 54,7 %) oppure “instabile/precario” (47,3 %) secondo il rapporto “Giovani 2024”. Agenzia Italiana per la Gioventù
  2. Qualità del lavoro: Oltre al “avere un lavoro”, vogliono che il lavoro abbia senso, che non sia solo occupazione ma anche riconoscimento. In uno studio, il 93 % dei giovani ha indicato che un “clima positivo al lavoro” è importante. confapivenezia.it
  3. Equilibrio vita-lavoro: Sempre nella stessa indagine, l’equilibrio fra vita privata e lavoro appare tra le priorità. confapivenezia.it
  4. Espressione delle proprie competenze e valori: In vari rapporti si rileva che i giovani vogliono contare, contribuire, non sentirsi “ingranaggio” passivo. 

Atteggiamento dei giovani quando cercano lavoro

L’attitudine dei giovani italiani verso il lavoro può essere vista in un doppio aspetto. Da un lato speranza e volontà: molti vogliono fare, imparare, costruire un percorso. Vogliono essere valorizzati. Dall’altro lato sfiducia, disillusione, senso di blocco: la precarietà, la ripetuta transizione instabile, la sensazione di non essere supportati, tutto questo genera un atteggiamento cautissimo o “in attesa”.

Ad esempio, “il 68 % dei giovani vive il processo di ricerca del lavoro con un senso di insicurezza e paura di non riuscire a ottenere un’opportunità”  (Fonte: ASviS).

Un fenomeno visibile a tutti è poi quello dei talenti che cercano fortuna all’estero, mentre in patria cresce la sfiducia nel futuro.

Molti giovani sperano in un ambiente professionale dinamico, aperto al cambiamento, capace di valorizzare l’innovazione più che la tradizione.

Immaginano spazi collaborativi, flessibili, dove orari e modalità di lavoro possano adattarsi alle loro esigenze di equilibrio tra vita e carriera. Desiderano capi che non siano semplici superiori, ma mentori; team non solo efficienti, ma anche capaci di creare comunità e sostegno reciproco. La tecnologia, per loro, non è un ostacolo ma un alleato: si aspettano di trovare strumenti digitali che semplifichino il lavoro, permettano di apprendere rapidamente e diano voce anche a chi è appena arrivato.

Idealizzazioni e aspettative

Nelle loro idealizzazioni, il lavoro dovrebbe offrire crescita continua: corsi, possibilità di cambiare ruolo, sfide nuove che evitino la sensazione di immobilità. Molti associano la propria realizzazione alla possibilità di contribuire a qualcosa di più grande, di sentire che il proprio operato ha un impatto sulla società, sull’ambiente o sulla comunità. Vogliono sentirsi utili, non soltanto produttivi. Non a caso, sempre più giovani vedono con favore professioni legate alla sostenibilità, alla creatività, all’innovazione tecnologica e al benessere collettivo.

Allo stesso tempo, queste aspettative sono accompagnate da paure profonde: la precarietà, la mancanza di stabilità economica, il timore di non essere all’altezza o di rimanere intrappolati in lavori alienanti. Spesso, il divario tra idealizzazione e realtà appare enorme, e può generare frustrazione. Ma proprio in quel divario si nasconde anche la forza delle nuove generazioni: la capacità di immaginare un mondo del lavoro diverso, più umano, più flessibile, più orientato al valore delle persone. È questa visione, insieme ingenua e potente, che spinge molti giovani a cercare strade nuove, a fondare progetti personali, a reinventare professioni tradizionali o a pretendere cambiamenti che per lungo tempo sono stati considerati impossibili.

Giovani e lavoro: diversi punti di vista

Ricordate quando la Ministra Fornero definì i giovani di oggi dei “bamboccioni”? Una battuta infelice che scaricava interamente sui giovani delle responsabilità che vanno attribuite all’intera società. Ciascuno degli attori coinvolti ha infatti un ruolo nella creazione delle preoccupazioni e dello scontento presente nelle nuove generazioni. Vediamo le responsabilità di questi attori.

  • Società e mondo del lavoro – Capitalismo, globalizzazione, esasperazione del profitto, richiesta di performance sempre più elevate e scarsa attenzione all’equilibrio tra vita professionale e dimensione privata sono responsabili di un degrado lavorativo diffuso.
  • Famiglie – L’atteggiamento delle famiglie è spesso di iperprotezione e di anticipazione dei bisogni dei figli, con la conseguente riduzione del desiderio che è alla base della motivazione ad attivarsi.
  • Istituzioni educative – Le istituzioni stanno spostando la loro attenzione sulla performance sin dai primi anni di scuola, producendo ansia da prestazione in età precoce. La spiegazione che viene data è che il mondo “là fuori” è richiedente e bisogna prepararsi da subito alle sue richieste. In realtà, anche la scuola sta contribuendo a spegnere la curiosità verso la conoscenza, ispirandosi soltanto alle necessità pragmatiche del mondo delle aziende e della globalizzazione.
  • Giovani – I giovani ci mettono del loro, incolpando il mercato del lavoro che dovrebbe offrire loro delle opportunità in grado di valorizzarli. Risulta carente una propria assunzione di responsabilità verso la propria vita con impegno anziché pretese e critiche. Quando una persona diventa adulta farebbe bene a guardare la situazione per quella senza lamentarsi ma attivandosi. In fondo, diventare adulti prevede proprio di camminare con le proprie gambe.

La narrativa attuale descrive i giovani come poco inclini a impegnarsi dal punto di vista professionale. Il disimpegno verso il mondo del lavoro nasce da precarietà, nuove aspettative e il rifiuto dei modelli tradizionali. Non si tratta di semplice “pigrizia”, ma di un cambiamento culturale e sociale che ridefinisce il rapporto tra generazioni e occupazione.

Cause principali del disimpegno

Precarietà e instabilità

Molti giovani affrontano contratti a termine, collaborazioni saltuarie e bassi salari. Questo genera ansia e sfiducia verso il futuro.

Grandi dimissioni e quiet quitting

Fenomeni come le “grandi dimissioni” o il “quiet quitting” segnalano un progressivo distacco dai modelli lavorativi tradizionali, percepiti come alienanti.

Ambizione silenziosa

Una parte dei giovani non aspira più a scalare gerarchie aziendali, preferendo un equilibrio tra vita privata e lavoro, anche a costo di rinunciare a promozioni.

Crisi demografica e sociale

L’Italia ha perso oltre un quinto dei giovani in vent’anni, con un forte divario Nord-Sud nella disoccupazione giovanile.

Alla ricerca di nuovi valori

Le generazioni che ambivano alla stabilità e al posto fisso sembrano fuori moda. Le nuove sensibilità dei giovani hanno modificato i desideri rispetto a quelli dei genitori e dei nonni. Vediamo alcuni requisiti che i giovani cercano nel lavoro.

Flessibilità e benessere

Non è solo la retribuzione a contare, ma anche la qualità dell’ambiente, il welfare e la possibilità di gestire il tempo.

Valore e senso

Le nuove generazioni desiderano lavori che abbiano un impatto, che siano coerenti con i propri valori e che non riducano la vita a mera produttività.

Continuità e stabilità

Pur cercando libertà, molti soffrono la mancanza di prospettive stabili, soprattutto nel Sud Italia.

Implicazioni sociali

Frattura generazionale

Gli adulti spesso interpretano questo atteggiamento come mancanza di impegno, mentre i giovani lo vedono come rifiuto di un modello insostenibile.

Nuove forme di carriera

Cresce l’interesse per lavori digitali, freelance e percorsi non lineari, che permettono maggiore autonomia. Inoltre, si riscontra un minore interesse verso un lavoro che sia lo stesso per tutta la durata del periodo lavorativo. Il bisogno di autorealizzarsi apre l’orizzonte a cambiamenti multipli alla ricerca di nuovi stimoli e soddisfazioni professionali.

Rischio di esclusione

Senza risposte istituzionali e aziendali, il disimpegno può trasformarsi in marginalità sociale e favorire la fuga di talenti all’estero, fenomeno peraltro già cominciato sia nelle professionalità più qualificate che in quelle meno titolate. Il problema è ben conosciuto, ma gli stipendi bassi e la precarietà lo incentivano in modo progressivo. La percezione di un futuro con scarse possibilità di vedere riconosciuti l’impegno, il valore e le competenze, produce in alcuni il disimpegno e in altri il desiderio di andare all’estero, in contesti più meritocratici e riconoscenti dal punto di vista economico.

Dunque, lo stato da una parte e gli imprenditori dall’altra devono creare condizioni nuove ai giovani lavoratori che tengano conto delle nuove esigenze che sembrano emergere parlando con le con nuove generazioni.

Generazioni e lavoro nel 2026. Gli over 50

Il discorso è molto diverso per chi si confronta con la ricerca di un lavoro a cinquant’anni o più.

Perdere il lavoro è un evento che scuote la sicurezza personale, economica e identitaria di una persona. Quando accade dopo i 50 anni, le difficoltà si amplificano, le prospettive di reinserimento si riducono, le energie non sono più quelle di un tempo e le paure superano spesso la fiducia nel futuro. Eppure, anche in questa fase della vita, è possibile ritrovare un equilibrio e costruire nuove opportunità, seppure con tempi e modalità diverse.

Il doppio trauma

Chi perde il lavoro dopo i 50 anni vive da un lato la perdita economica, dall’altro la perdita del ruolo sociale. Il lavoro, infatti, non è solo una fonte di reddito, ma anche un elemento fondamentale dell’identità personale. È il modo in cui molti si definiscono, il contesto in cui trovano riconoscimento e appartenenza. Inoltre, lo stipendio che garantiva stabilità alla famiglia e serenità al futuro improvvisamente viene meno.
Quando tutto questo si dissolve, subentra un senso di vuoto e di inutilità difficile da colmare. Le giornate, prima scandite da ritmi e responsabilità, diventano improvvisamente lunghe e silenziose.

Il lavoro contribuisce in modo significativo a costruire l’identità delle persone. L’articolo 1 della Costituzione Italiana recita:

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Chi sono io?” trova risposta in larga misura nella professione che svolgiamo, e ancor di più nel fatto di avere un lavoro. Possiamo avere conferma nella consuetudine, prima o poi, di dichiarare la propria professione, o di chiedere all’interlocutore che lavoro svolge o di cosa si occupa. Se non fosse così importante nella nostra società, potremmo tuttalpiù chiedere “Hai un lavoro?” Questo significa che quando una persona ha visibilmente un’età da lavoro, diamo per ovvio che abbia un’occupazione.

Lavorare significa oggi contribuire in modo fattuale alla società. Avere un lavoro significa poter mostrare un biglietto da visita che ci dà la dignità di cittadini. Al contrario, non avere più un lavoro sembra toglierci il diritto di dire la nostra, perché non stiamo contribuendo al benessere di tutti.

Tutto ciò è un fatto culturale al quale siamo esposti sin da bambini: osservando mamma e papà che vanno a lavorare e affidano i figli alla scuola, alle baby sitter e alla solitudine, i figli maturano l’idea che lavorare sia la normalità. Inoltre, al lavoro è spesso associata la parola dovere che lo rende indispensabile per sentirsi adeguati alla società.

Dalla paura all'accettazione, alla voglia di riscatto

Associata alla perdita del lavoro vi è in prima analisi, la questione economica

La principale paura di coloro che perdono il lavoro, in particolare oltre i 50 anni. è però quella di non riuscire più a trovare un nuovo impiego. Le aziende prediligono figure più giovani, con competenze aggiornate e stipendi più bassi. A 50 anni, invece, si è percepiti come meno flessibili, più costosi e meno propensi a cambiare.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’evoluzione digitale che ha trasformato radicalmente il mondo del lavoro, e chi è cresciuto in un’epoca analogica può sentirsi tagliato fuori.

Infine, c’è una paura più sottile, ma potentissima, ovvero quella di non essere più utili. La società moderna tende a valorizzare la giovinezza, la rapidità, la produttività. Chi ha superato i 50 anni rischia di sentirsi “fuori dai giochi”, come se il proprio tempo fosse finito.

Innanzitutto, come in tutte le perdite, anche in questo caso è indispensabile accettare la nuova situazione.

Nonostante le difficoltà, chi perde il lavoro dopo i 50 anni spesso conserva dentro di sé una risorsa preziosa: l’esperienza. Molti scoprono di avere competenze trasversali maturate in decenni di vita e di attività, capacità relazionali sviluppate nel tempo e una visione matura dei problemi. Quando queste qualità vengono valorizzate, diventano un punto di forza enorme. Perché avvenga, la persona deve esprimere una capacità vulnerabile in presenza dello sconforto come la tenacia. Uno stato depressivo può minare la determinazione al cambiamento e alla trasformazione delle proprie abitudini.

C’è chi sogna di ricominciare da zero, magari trasformando una passione in una nuova professione. Alcuni si avvicinano al mondo dell’artigianato, altri aprono piccole attività online o si reinventano come consulenti nel proprio settore. Le aspettative, in questo caso, non sono più legate alla carriera o all’ascesa economica, ma alla ricerca di equilibrio e gratificazione personale. Altri desiderano semplicemente un ambiente di lavoro più umano, dove l’esperienza venga rispettata e il contributo personale riconosciuto.

Dopo anni di ritmi intensi, molti cercano stabilità, non successo; serenità, non competizione.

Il ruolo della formazione e del supporto

Un fattore decisivo nel superare questa fase è la formazione continua di cui si sente tanto parlare. Il concetto di “lavoro per sempre” non esiste più e questo impone di essere pronti al cambiamento e a riprendere gli studi per riqualificarsi.

Il supporto psicologico è l’altro elemento chiave. Perdere il lavoro a 50 anni non è solo una questione economica, ma anche emotiva. L’autostima crolla, la fiducia in sé stessi vacilla. Un percorso di counseling o un gruppo di sostegno possono fare la differenza, offrendo spazio per elaborare la perdita e ritrovare la motivazione.

La forza delle relazioni e delle reti sociali

Molti trovano nuove opportunità grazie al proprio network personale. Amici, ex colleghi, conoscenti: spesso sono le relazioni a riaprire le porte del lavoro. Per questo è importante non isolarsi, ma mantenere viva la rete sociale, partecipare a eventi, corsi o associazioni.

Come prevenire le conseguenze più dure della perdita del lavoro per trovare un nuovo equilibrio

Perdere il lavoro dopo i 50 anni è un momento di transizione che, se affrontato con coraggio e supporto, può diventare anche un’opportunità di rinascita.

Riscoprire le proprie competenze, aggiornarsi, coltivare relazioni e aprirsi a nuove possibilità sono passi fondamentali per ritrovare dignità e fiducia.
Le paure restano, ma possono convivere con la speranza. E l’esperienza, la resilienza e la saggezza maturate negli anni sono risorse preziose per costruire una seconda carriera, forse più autentica e consapevole della prima.

La direzione intrapresa dal mercato del lavoro impone nuove strategie e nuovi stili di vita. Quanto descritto nei paragrafi precedenti va applicato sin dal primo impiego.

Formazione continua, coltivazione di ampie e qualificate reti sociali, frequentazione di un professionista della salute mentale e ricerca attiva e continua di opportunità di cambiamento, in alternativa all mantenimento dello status quo, sono tratti distintivi di uno stile di vita che deve accompagnare i lavoratori lungo tutta la vita lavorativa.

Questo approccio al lavoro e alla vita nel suo insieme sono l’antidoto più efficace alla perdita dell’occupazione. Infatti, farsi trovare pronti al cambiamento e ad affrontare nuove sfide faticose, ci permette di non cadere in stati di frustrazione e, nei casi peggiori, di depressione.

È infine un antidoto al momento di andare in pensione che molte persone vivono in modo drammatico, seppur naturale, che costringe a un cambio radicale di identità.

Una mente curiosa e flessibile affronta decisamente meglio la fine delle diverse fasi della vita, incluso il pensionamento.

Torna in alto