Perdere il lavoro e l’identità sociale over 50

Tre consigli per non confondere la persona che siamo con il ruolo che ricopriamo

Nel tempo in cui viviamo, la nostra identità è particolarmente associata all’attività lavorativa che svolgiamo o allo status sociale che ci rappresenta, come, ad esempio, quello di impiegato, pensionato, libero professionista o disoccupato. Il lavoro riesce a definirci, a proiettare all’esterno un’immagine di noi, dai connotati più o meno desiderabili. La domanda “Cosa fai nella vita?” ci porta inevitabilmente a dire molto di più di quanto la risposta possa contenere. Chi ci pone la domanda, costruirà in modo stereotipato un’immagine di noi che ci accompagnerà a lungo.

Affermarsi professionalmente significa cambiare pelle e identità. Noi stessi e gli altri ci vedranno in modo differente. Di contro, un downgrade professionale potrebbe avere risvolti negativi sulla nostra immagine e sulla nostra autostima. La professione è un abito che ci rappresenta sia quando interagiamo con gli altri, ma anche quando discutiamo con noi stessi nel costante dialogo interiore che ci caratterizza.

Il personaggio che lavora

Ogni relazione e ogni contesto prevedono di indossare l’abito di un personaggio. Un dress code specifico che permetta di farci identificare rapidamente, per via di determinati attributi,  caratteristiche e comportamenti associati a coloro che indossano tale abito.

L’abito, dunque, sembra fare il monaco agli occhi degli altri, e ci mette al riparo dal dover costruire lentamente e faticosamente una identità da mostrare in pubblico.

È necessario rendere esplicito che ogni personaggio recita un copione ben definito, che poco ha a che fare con la persona autentica che si trova a dialogare con sé stessa nei momenti privati.

La persona che indossa l’abito del lavoratore deve seguire dei comportamenti codificati e un po’ rigidi, ma può godere dell’immagine positiva di chi contribuisce al bene sociale, si impegna e non pesa sugli altri. Chi si alza la mattina e va a lavorare è apprezzabile perché dà il suo contributo alla società.

L’identificazione con la professione ha radici lontane. “Che lavoro ti piacerebbe fare da grande?” Questa domanda viene rivolta più volte a bambini e adolescenti, contribuendo alla costruzione dell’idea che il lavoro dia valore, identità e dignità alle persone. Vero, ma esiste un rovescio della medaglia. Nessuno, infatti, mette in dubbio l’importanza del lavoro nella vita delle persone, ricordando però che l’assenza di una occupazione non svuota la persona del suo valore e della sua dignità,

Per sintetizzare quanto detto sinora, la persona è un’entità relativamente stabile e indipendente dal contesto, mentre il personaggio muta nel tempo e nelle diverse circostanze. Abiti e comportamenti diversi a seconda dei contesti sociali, non modificano la persona che li indossa, che rimane sé stessa. Talvolta, la perdita dell’abito che separa e tiene al riparo dal contesto. riesce a minare la struttura stessa della persona, sino a farle credere di non possedere più alcun valore, dignità e diritti.

L’articolo 1 della nostra costituzione esprime in modo chiaro quanto sia centrale il ruolo del lavoro nella vita dei cittadini. Esso recita, infatti, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. […]”. Difficile, quindi, rappresentarsi quando, per qualche ragione, in età lavorativa ci si debba definire senza fare riferimento al ruolo di lavoratore / lavoratrice che si sta ricoprendo, perché non lo si possiede.

Troppo spesso, si sente dire “Io sono una impiegata”, “Io sono un parrucchiere” e così per ogni professione. In realtà sarebbe più opportuno dire “Io faccio l’impiegata”, o “Io faccio il parrucchiere”. In questo modo non si creerebbe la sovrapposizione della persona con uno dei personaggi rappresentati. Perso un abito, ne indosserò un altro, ma io rimango stabile e riconoscibile.

Cambiare identità a 50 anni

Nel paragrafo precedente, è stato chiarito come siamo abituati a costruire la nostra identità intorno alla professione che svolgiamo. Quando, dopo aver passato una larga fetta della propria vità senza chiedersi “Chi sono io”, ci si trova privati di un lavoro, e quindi di una identità, lo smarrimento può sfociare nello sconforto, nello sgomento e persino nella depressione.

Con il licenziamento si perdono in un sol colpo il reddito, l’identità personale / sociale, e vengono minate profondamente le certezze su di sé.

Il trauma può produrre ripercussioni sul piano personale, su quello familiare e su quello sociale.

Nell’attuale mercato del lavoro, 50 anni sono tanti per ricollocarsi a condizioni simili a quelle perdute, sia in termini di reddito che di mansioni. Dunque, questa fase è particolarmente delicata, perché le aziende vanno proprio in quella fascia di età a cercare le risorse da tagliare. Eppure, proprio quelle risorse sono quelle più ricche di esperienza e competenze, ma in un mercato del lavoro che cerca sistematicamente la riduzione dei costi, l’identità delle persone e le ripercussioni sociali vengono sacrificate.

Limitare i danni psicologici, tre consigli

Questo paragrafo è rivolto ai giovani, e va inteso come strumento di prevenzione, ma anche ai meno giovani, come cura d’impatto quando si dovesse incontrare un evento traumatico come il licenziamento. Vediamo i concetti fondamentali.

1. Il lavoro non ti rappresenta

È necessario ricordare ogni giorno a sé stessi che il lavoro non ci rappresenta, ma contribuisce allo sviluppo e all’utilizzo dei nostri talenti. Quindi, è importantissimo lavorare, ma non definirsi attraverso la nostra professione. Io non sono uno psicologo, bensì faccio lo psicologo per percepire un reddito e sentirmi soddisfatto della mia vita.

2. Chiediti chi sei

Chiedetevi chi siete, quando siete soli e senza nulla da fare. Potrete scoprire che non siete solo il vostro ruolo lavorativo, ma anche genitori, figli, amici, lettori, amanti del cinema o del teatro, runner o camminatori di alta montagna. Alla perdita del reddito non è necessario aggiungere sensi di colpa o di inadeguatezza, oppure eccessi di sconforto. Lasciarsi andare non aiuta. Raccontate la vostra vicenda senza vergognarvi di ciò che non è sotto il vostro controllo.

3. Evita di isolarti

Inoltre, evitate di isolarvi e sforzatevi di frequentare le vostre amicizie. Lasciate perdere ogni forma di lamentela o di autocommiserazione.

Conclusioni

Perdere il lavoro è un fatto grave, al quale dobbiamo evitare di aggiungere eccessi di sofferenza psicologica. Nella seconda parte della carriera lavorativa potrebbe essere molto forte l’identificazione con la professione svolta per tanto tempo. Cominciate  sin da adesso a distinguere la vostra persona dai tanti ruoli, anche quello professionale, che ricoprite ogni giorno. Si tratta di un modo di pensarsi e di rappresentarsi al quale col tempo vi abituerete e che vi permetterà di rappresentarvi con le vostre caratteristiche umane piuttosto che col lavoro che svolgete.

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