Rappresentazione: una questione di responsabilità collettiva

Tra immaginario presente e aspirazione futura

di Abdul Kobe Zar

Essere italiani - Abdul Kobe Zar - ForAll

Abdul Kobe Zar

Nasce ad Accra, in Ghana, nel 1989. Dopo la laurea in Giurisprudenza nel 2015, consegue il Master in Diritto Internazionale sui diritti
umani alla University of Westminster di Londra. Giurista, attivista e scrittore, porta avanti battaglie di sensibilizzazione sulla diversità etnico-culturale e di contrasto a fenomeni come il razzismo.

La rappresentazione è un elemento fondamentale non solo per riflettere la diversità reale della popolazione, ma anche per definire ciò che è possibile immaginare per se stessi. Attraverso ciò che vediamo – nei media, nelle istituzioni, negli spazi pubblici e lavorativi – costruiamo aspirazioni, limiti e aspettative. La rappresentazione, quindi, non si limita a raccontare la realtà: contribuisce attivamente a plasmarla, nel bene e nel male.

In Italia, nonostante una presenza etnica e culturale ormai strutturale – frutto di un’immigrazione iniziata già nei primi anni Ottanta – la rappresentazione rimane fortemente sbilanciata. Media, narrazioni istituzionali e immaginario collettivo continuano a proporre un’idea di cittadini, di “italianità” e di persone di valore quasi esclusivamente bianca. È come se una parte consistente della popolazione non facesse realmente parte del Paese e non contribuisse a renderlo migliore nel limite delle proprie possibilità, esattamente come tutti. 

Parlare di multiculturalità come fenomeno recente, problematico e da “gestire” non è più sostenibile né corretto: esistono intere generazioni nate, cresciute, formate e socializzate in Italia.

Questa assenza non è solo simbolica, ma profondamente materiale. Si riflette anche nel mondo del lavoro, soprattutto in quei ruoli “ordinari” che costituiscono l’ossatura della società: sportelli bancari, assicurazioni, uffici pubblici, aziende di servizi, personale dei trasporti pubblici, medici o infermieri, tassisti. Se una persona non vede mai un cassiere di banca, un impiegato assicurativo o un funzionario che non sia bianco, difficilmente arriverà a considerare quei ruoli come accessibili. Non perché manchino le competenze, ma perché manca l’immaginabilità di quella possibilità.

Da un lato esiste quindi un Paese che non rappresenta e che, allo stesso tempo, rimane chiuso nell’accesso a determinati ruoli (pensiamo ad esempio a come la cittadinanza sia un elemento che escluda le persone dai concorsi pubblici); dall’altro si produce una mancanza di aspirazione, perché ciò che non viene mai mostrato finisce per apparire irraggiungibile. È un circolo vizioso: l’assenza di rappresentazione alimenta l’esclusione, e l’esclusione rafforza l’assenza.

A questo si aggiunge una distorsione costante della rappresentazione quando questa esiste. Le persone non bianche vengono spesso raccontate attraverso lenti cariche di pregiudizi e preconcetti: individui di “classe B” nel migliore dei casi, pericolosi, criminali o poco intelligenti nei peggiori. Una narrazione che non solo disumanizza, ma che contribuisce a legittimare l’idea che certi spazi non siano “naturalmente” destinati a tutti.

Questa assenza di rappresentazione si estende anche al piano economico e politico. Le persone con background migratorio vengono raramente considerate come target economico consapevole, portatori di bisogni, desideri e potere d’acquisto. Ancora più grave è l’esclusione dal piano politico: la questione della cittadinanza priva molti “italiani di fatto” del diritto di voto, impedendo loro di essere parte attiva nei processi decisionali che regolano la società in cui vivono. I diritti vengono sospesi o negati, mentre i doveri restano pienamente operanti. Una contraddizione strutturale che mina le basi stesse della democrazia.

La questione della rappresentanza diventa quindi centrale per le nuove generazioni. Crescere senza vedersi riconosciuti nei ruoli positivi, qualificati e ordinari della società significa interiorizzare un messaggio chiaro: “quel posto non è per te”. Se l’unica visibilità concessa è legata al problema, al conflitto o alla marginalità, il rischio è quello di crescere sviluppando complessi, rifiuto della propria identità (già complesso di suo perché figlia di più mondi) e una visione ridotta del proprio futuro.

Nella migliore delle ipotesi, quando queste persone riescono a sottrarsi a tale narrazione, scelgono di andare altrove. Non per mancanza di legame con l’Italia, ma per mancanza di spazio. Così il Paese perde competenze, energie e possibilità di arricchimento umano e culturale, pagando il prezzo di una chiusura che continua a riprodursi.

Riconoscere e normalizzare la multiculturalità come parte integrante della società italiana non è un gesto simbolico, ma una responsabilità politica, economica e sociale. Finché la rappresentazione resterà ancorata a un’Italia parziale, il futuro continuerà a essere costruito sull’esclusione invece che sulla possibilità.

Il cambiamento è già avvenuto e avviene con sempre più velocità, mentre la questione della rappresentanza rimane lì, ferma, quasi immobile, incapace di riconoscere e valorizzare la  diversità etnico-culturale di una società che grida la sua voglia di esistere, nel concreto, nel cuore del paese e non più ai margini.

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