“Sono solo parole”

Se sono solo parole, perché c’è così tanta resistenza rispetto al cambiamento linguistico?

di Alexa Pantanella

Sono solo parole - Alexa pantanella

Alexa Pantanella

Esperta di linguaggi inclusivi e accessibili, Fondatrice di D&I Speaking©, TedX Speaker, è autrice di due saggi: Ben Detto, dedicato al tema del linguaggio inclusivo, e Eppur ci siamo, dedicato alle narrative e rappresentazioni delle persone con disabilità. 

Da sempre appassionata di linguaggio, ha un passato nelle agenzie creative, in Italia e all’estero, dove ha vissuto otto anni. Tornata in Italia, è stata Responsabile Comunicazione e Media di una grande azienda multinazionale.

In quel periodo, incontra le tematiche e le iniziative dedicate all’Inclusione, Equità e Diversità, e si appassiona all’idea di utilizzare le competenze professionali acquisite nell’ambito della comunicazione, a favore della costruzione di ambienti di lavoro e di relazioni interpersonali più rispettose e paritarie. Nel 2018 fonda Diversity & Inclusion Speaking©, finalizzata a promuovere il ruolo del linguaggio come strumento d’Inclusione, attraverso programmi di formazione, iniziative di comunicazione e progetti di ricerca.

“Non si può più dire niente?!”

Quante volte abbiamo sentito frasi di questo tipo, oppure “cosa vuoi che sia per una parola”, “fossero questi i problemi”. Frasi che generalmente trasmettono un atteggiamento resistente, che tende a derubricare il tema del linguaggio ampio o inclusivo (cioè quello che cerca di non veicolare etichette e stereotipi) a una questione di poco conto.

Ma cosa si cela dietro a queste resistenze? E quali strumenti è possibile utilizzare per gestire e ridurre gli ostacoli al cambiamento linguistico?

La risposta a questi interrogativi arriva grazie a un progetto di ricerca a cui abbiamo lavorato come Diversity & Inclusion Speaking, coordinato dalla prof.ssa Claudia Manzi, docente di Psicologia Sociale dell’Università Cattolica di Milano, e realizzato con il supporto del Gruppo Mediobanca.

Quali sono i principali risultati?

Grazie a una prima fase qualitativa, è emerso che le persone che potremmo definire “resistenti” condividono alcune (false) credenze, così come delle emozioni ricorrenti. 

A livello delle credenze troviamo: 

  • il linguaggio ampio o inclusivo è una forzatura, che limita la spontaneità
  • è un attacco alla tradizione e alla “purezza” della lingua italiana
  • rappresenta un’esagerazione, un’eccessiva tutela delle minoranze a scapito dei gruppi maggioritari

Passando alle emozioni ricorrenti, le principali sono: 

  • la difficoltà a mettersi nei panni altrui e quindi a sviluppare empatia
  • la paura di sbagliare e quindi una forma di ansia nel fare dei cambiamenti, che può portare a sentire di non farcela 

Le resistenze, quindi, avrebbero una radice emotiva ben più importante di quanto potremmo immaginare. Questo aspetto è stato ulteriormente confermato dallo studio che, in una successiva fase quantitativa a cui hanno partecipato 1.110 persone, ha mostrato come le emozioni arrivino a influenzare nel 30% dei casi i comportamenti di accoglienza o rifiuto nei confronti del linguaggio ampio.

Le resistenze all'uso di un linguaggio inclusivo hanno una radice emotiva ben più importante di quanto potremmo immaginare.

Che fare, quindi?

La risposta che abbiamo dato è stata la stesura e diffusione dell’e-book Words – Cosa significa parlare inclusivo, curato dalla sottoscritta, in collaborazione con diverse voci esperte sul tema (Andrea De Benedetti, Stefania Cavagnoli, Francesco Ferrero, Lorenzo Gasparrini, Giulia Lamarca, Alessandro Lucchini), ed edito a cura del Gruppo Mediobanca (Words può essere scaricato gratuitamente a questo link: https://www.mediobanca.com/it/sostenibilita/words-cosa-significa-parlare-inclusivo.html).

L’e-book, oltre a utilizzare un approccio e un tono non prescrittivi, apre proprio sul tema delle resistenze al linguaggio ampio: si dà spazio e spiegazione alle credenze diffuse sul tema, così come agli aspetti emotivi che potrebbero presentarsi (la difficoltà a empatizzare con i gruppi minorizzati e la possibile ansia dovuta al non sapere come parlare/scrivere).

Nei successivi capitoli tematici, attraverso esempi pratici, voci autorevoli a commento ed evidenze scientifiche riprese da studi sul tema, s’illustra perché sia importante utilizzare un linguaggio più attento alle persone, e quali siano i benefici che ne derivano (aumento del senso di appartenenza, della motivazione, del benessere lavorativo e, in ultima istanza, dell’impegno e della performance). 

L’ultima fase dello studio ha voluto testare l’efficacia dell’approccio utilizzato nell’e-book Words, coinvolgendo quasi 200 persone in una nuova rilevazione. Nello specifico sono stati creati tre gruppi sperimentali, a cui sono state fornite tre letture diverse: il primo gruppo ha letto alcuni capitoli dell’e-book Words, il secondo un vademecum con linee guida sul linguaggio ampio, mentre il gruppo di controllo ha letto un articolo de IlSole24Ore sull’importanza della comunicazione inclusiva.

Dall’analisi dei risultati, emerge che l’approccio e i contenuti utilizzati nell’e-book Words sono più efficaci nel modificare i comportamenti, promuovendo l’adozione di un linguaggio più inclusivo anche tra chi ha atteggiamenti inizialmente più resistenti. Le persone che hanno letto Words, infatti, migliorano i propri atteggiamenti verso il linguaggio inclusivo del 19,8% e riportano anche una riduzione della paura di sbagliare. Questi effetti non si riscontrano, invece, nel gruppo di controllo e in quello che ha letto il vademecum.

In conclusione

Quando sentiamo dire o leggiamo che “ci sono ben altri problemi rispetto al linguaggio” o che “si è sempre detto e fatto così”, ecco i consigli che possiamo seguire:

  • accogliere le eventuali resistenze, cercando di sfatare le possibili false credenze e fornendo elementi che promuovano empatia,   
  • non cercare di convincere le altre persone imponendo delle soluzioni (si fa così e non colà), ma spiegare il perché è importante fare più attenzione al nostro linguaggio e alle conseguenze positive che questo produce, possibilmente rifacendosi a studi specifici su questo tema,
  • portare esempi pratici, che mostrino come non sia poi così difficile modificare il proprio linguaggio in chiave più inclusiva, riducendo così l’eventuale ansia da prestazione,
  • utilizzare un tono e un approccio accogliente e non prescrittivo.

Fatemi sapere com’è andata!

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